transizione transizione

Transizione a chi?

Pensare oggi una transizione significa pensare ad un processo di cambiamento che deve essere resistente alle spinte reazionarie e propositivo verso un miglioramento. E’ sempre così?

In molti si stanno affannando per definire questo periodo, che alcuni chiamano dell’Antropocene e altri no, come il periodo delle transizioni: la transizione ecologica, la transizione digitale, la transizione scientifica …

Quando si parla di transizioni dovrebbero essere chiariti alcuni punti, in particolare qual è l’obiettivo finale rispetto al punto di partenza. Questo fa la differenza, non tanto il percorso in sé o l’etichetta “transizione”, quanto invece la meta finale che vogliamo raggiungere.
Per esempio: transizione ecologica vuol dire migliorare la salute del pianeta, siamo d’accordo, ma mantenendo lo stesso sistema socio-economico, ovvero cambiando semplicemente il tipo di risorsa energetica da sfruttare? Cioè vogliamo pensare ad una green economy mantenendo però il sistema di sfruttamento capitalista?

La stessa domanda possiamo e dobbiamo farcela sulla transizione digitale: atteso che non si tratta soltanto di una fase successiva alla robotizzazione del lavoro, ovvero alla sostituzione dell’uomo nella catena di montaggio e/o nel processo manuale e pratico della produzione, il passaggio al digitale significa consegnare ad una intelligenza artificiale ogni organizzazione lavorativa? Gestire la transizione digitale vuol dire farsi sostituire da una intelligenza anche in fase costruttiva e creativa?
Oppure può significare, con i giusti correttivi, liberare più spazio per la creatività umana relegando le intelligenze artificiali a meri esecutivi, affidabili, del lavoro che invece oggi soggioga la società umana?

Chiaro che in entrambi i casi si tratta di un cambiamento di paradigma che implica una idea differente di progresso, lontano dalla struttura sociale ed economica a cui siamo abituati ormai da anni, quella della produttività, della competizione, del capitale.
Transizione significa, in questo caso, impostare il cambiamento attraverso una forte resistenza a modelli che ci stanno condannando all’abisso, sociale ed economico.

Sembra che non possa esserci progresso senza una transizione che segni un cambiamento, un passaggio: “Mantenendo un riferimento contemporaneamente alla felicità e alla totalità, il concetto di progresso implica quindi tanto la resistenza alla regressione, quanto l’istanza di trasformazione.” (così Rolando Vitali su Il Manifesto di domenica 31 marzo 2024, recensendo il libro di Ernst Bloch, Differenziazioni sul concetto di progresso).

Su questo dovremmo ragionare quando parliamo di transizione: transizione verso dove? qual è il percorso che vogliamo fare? cosa vogliamo raggiungere?

Non è importante cambiare, ma cambiare in meglio e questo può significare, deve significare, cambiare anche i modelli sociali e culturali che ci hanno portato verso la necessità di queste transizioni.
Transizione non deve perciò essere concepito come un passaggio neutro fra due punti che appartengono allo stesso sistema, ma fare un passo fuori dal sistema per costruirne uno nuovo.

Lascia un commento