Regionalizzazione e premierato sanciscono la fine dei diritti costituzionali

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Il 23 e il 24 aprile, le Commissioni Affari costituzionali di Senato e Camera concluderanno l’esame rispettivamente del ddl sul premierato e del ddl sull’autonomia, il che consentirà a entrambe i provvedimenti di approdare nelle due aule parlamentari entro fine aprile.

Le decisioni prese dalle due Commissioni sanciscono la tenuta del patto tra Fratelli d’Italia e Lega sui due provvedimenti bandiera per i partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, nonostante i molti dubbi sul testo del premierato, su cui la ministra Maria Elisabetta Casellati ha ammesso ci siano interpretazioni diverse sulla sua applicazione. La Conferenza dei capigruppo di Montecitorio aveva indicato nei giorni scorsi il 29 aprile come data di approdo in Aula del ddl sull’autonomia differenziata, benché la Commissione Affari costituzionali stia ancora ascoltando gli esperti sul testo. Tuttavia, la Commissione ha deciso un iter acceleratissimo dell’esame, con voti concentrati in soli tre giorni (rispetto ai tre mesi del Senato), dal 22 al 24 aprile giorno in cui concluderà l’esame con il mandato ai relatori a riferire in Aula. Un’ora prima una decisione analoga era stata presa dalla Commissione Affari costituzionali del Senato, impegnata nelle votazioni del ddl sul premierato: il 23 aprile si concluderà l’esame con il voto del mandato al relatore, benché nella seduta odierna siano emersi problemi interpretativi del testo, a proposito di un articolo rilevante riguardante le norme sulle crisi di Governo e sui poteri del Presidente della Repubblica in queste situazioni.

I due provvedimenti, di cui discutiamo, a volte anche troppo poco, da mesi, stanno per far stravolgere gli assetti istituzionali del nostro Paese, facendo virare l’Italia stessa verso una direzione completamente diversa da come era stata immaginata all’atto della stesura della Costituzione.
Si tratta di due provvedimenti a-storici, fuori da ogni concetto di opportunità e coerenza storica, perché in un momento in cui ci si sforza a creare alleanze anche transnazionali, in un momento in cui le frontiere -come segno politico tangibile di una nazione- sono messe in discussione dalla necessità di un’idea più inclusiva di società, pensare ad un assetto regionalistico per la gestione di diritti universali, come il diritto allo studio, ma anche alla salute, è un’operazione propagandistica pericolosa e, sotto molti aspetti, anticostituzionale.

Regionalizzare il diritto allo studio significa allargare, in modo più profondo, il solco di disuguaglianze, economiche e sociali, che caratterizza il nostro Paese, dove è già in atto una forma di autonomia differenziata se l’accesso ai nidi ed al tempo pieno non è uguale fra Nord e Sud, ma anche all’interno delle stesse regioni; se la formazione professionale non ha la stessa declinazione di offerta formativa da regione a regione; significa consegnare alle regioni le chiavi delle riforme scolastiche di carattere ordinamentale (abbiamo toccato con mano le ingerenze dirette ed indirette delle regioni sugli organi collegiali); significa prevedere che il diritto allo studio degli studenti universitari sia lasciato in buona sostanza al buon cuore delle regioni e dei singoli atenei. Significa smantellare il significato del contratto nazionale per relegare i contratti -quindi i diritti dei lavoratori- a variabili localistiche.
È una soluzione miope fuori da ogni caratterizzazione storica quella di consegnare la transizione ecologica e quella digitale ad una ricerca scientifica regionalizzata (è infatti una delle 23 materie esigibili negli accordi governo-regione).
L’idea di un premierato forte che non solo riduce le competenze del Presidente della Repubblica, ma mette in scacco l’intero Parlamento (in caso di sfiducia il ddl sul premierato prevede nuove elezioni tout court!) traduce il concetto di governo nella sostanza di comando: il primo ministro, grazie al premio di maggioranza, ha carta bianca per imporre la sua linea di governo, fumosamente supportata dall’idea di elezione diretta, quindi dal favore popolare; diversamente, in caso di sfiducia, ci sono soltanto nuove elezioni. Quanti saranno disposti a contestare il capo di governo, non solo nell’opposizione, ma anche nella stessa maggioranza?
C’è un’impostazione verticistica, gerarchica ed autoritaria che richiama direttamente gli anni del Ventennio, quelli della Legge Acerbo, per intenderci.

Contro questo disfacimento della repubblica, che ha come obiettivo le organizzazioni sociali, il parlamento e lo stesso popolo italiano, attraverso una rilettura del concetto di “sovranità popolare”, è necessario un fronte ampio di opposizione, è necessaria una mobilitazione culturale che ripristini il significato dei valori della democrazia, intesi come equilibrio fra poteri, solidarietà dei forti per i più deboli, attacco alle disuguaglianze, sussidiarietà in senso pieno e non strumentale.

Siamo in campo, non retrocediamo e siamo pronti ad utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione per resistere: la Costituzione va attuata, non modificata. E comunque non così.

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