università

Le università italiane si caratterizzano per un aspetto molto controverso, il cosiddetto “numero chiuso” nelle iscrizioni. Si tratta di una pratica legata, dicono, a fattori logistici ed economici (poche aule, poche risorse umane). In realtà è un fenomeno che denota una marcata visione politica elitaria e rischia di impoverire culturalmente il nostro Paese determinando disfunzioni evidenti, sociali ed economiche.

La scelta di una università è spesso legata al superamento di un test d’ingresso (oggi si chiamano TOLC), su prerequisiti di cultura generale, logica e materie specifiche [che in realtà dovrebbero essere l’oggetto degli studi a venire, ma qui sono posti come conoscenze di base d’accesso].
Ora, siccome un test è basato su una performance momentanea, può accadere che anche i più bravi e/o i più emotivi fallendo questa prova selettiva debbano cambiare i piani del loro futuro in base all’umore di quel giorno, spostandosi su materie affini se non addirittura rinunciando ad un futuro universitario. O peggio ripiegano su offerte formative differenti dall’università statale (o privata che sia), perdendo in primis uno degli aspetti più importanti dello studio, la parte relazionale e sociale.
Abbiamo quindi un sistema universitario alla base selettivo, che scritto così potrebbe sembrare anche una buona cosa, se non fosse che limita il diritto allo studio, costituzionalmente sancito e da garantire a tutte e tutti. Cioè prevale l’idea che a poter continuare gli studi siano sempre e soltanto i cosiddetti migliori (sistema meritocratico?), selezionati sulla base di una serie di quiz …
Ma il sapere e la conoscenza hanno strade più lunghe e complesse, difficili da poter schiacciare e valutare con un semplice quiz, per il cui superamento sono necessarie altre doti, da killer, che non tutti posseggono, pur possedendo le potenzialità per un ottimo percorso universitario.
Si tratta di un sistema giusto?
No, perché è un sistema che non mira democraticamente a far crescere le competenze di tutti, ma solo di alcuni. Quindi classifica e determina, alla base (e lo ripeto, perché non è un fattore secondario in un processo di crescita), la stratificazione sociale del nostro futuro.
Peraltro, aspetto altrettanto importante e di primo piano, lo stesso sistema lo si applica quando l’Università deve fornire la preparazione per “mestieri” specifici: penso ai corsi di formazione per l’abilitazione all’insegnamento nella scuola statale e la specializzazione all’insegnamento su posti di sostegno. Anche in quel caso i corsi sono a numero chiuso e programmati in base alle risorse che si hanno a disposizione. Capita quindi che in Lombardia, dove c’è un gran bisogno di docenti abilitati e specializzati, e dove le università statali sono presenti in quasi tutte le province, il numero di posti messi a bando per la formazione dei docenti sia abbondantemente insufficiente a coprire anche il 5% dei bisogni effettivi.
Si tratta di uno Stato giusto?
No, perché uno stato che non investe sull’istruzione, sulla formazione, sulla preparazione dei suoi cittadini e futuri pilastri della ricerca e del lavoro, è uno stato che non ha una visione di crescita, ma mira soltanto a mantenere i privilegi di alcuni.
La cultura, il sapere, l’istruzione sono beni sui quali si deve investire: non è possibile limitare i corsi per mancanza di finanziamenti alle università (che per funzionare sono obbligate anche a definire tasse di iscrizioni altissime: secondo livello di selezione, quello economico). Peggio ancora non è possibile appaltare la formazione pubblica a università private e/o telematiche: è un business sempre più diffuso, è diventato un vero e proprio mercato dei crediti a cui lo Stato ha abdicato ogni concessione e spazio. Quando infatti manca lo Stato, allora subentra il privato che però non offre gli stessi servizi, in qualità e quantità, mancando un elemento di terzietà e di superiorità che solo il Bene comune può rappresentare e garantire.

Per questo è necessario fare chiarezza: il diritto allo studio è un livello essenziale di cittadinanza che uno stato deve garantire per poter aspirare ad un miglioramento della qualità di vita di tutte e tutti? Se lo è, come lo è il diritto alla formazione continua, come lo è il diritto ad un lavoro qualificato, allora è necessario farne una priorità in Legge di Bilancio, senza troppi slogan o ritornelli.

Bisogna metterci i soldi e la responsabilità, politica e morale, di lavorare nell’interesse dei cittadini e dello Stato stesso.

–> leggi anche “O la borsa, o la vita


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