Parlare della questione israelo-palestinese oggi

Parlare della questione israelo-palestinese oggi è impossibile se non si vuole cadere nella banalità o nel pericoloso “campanilismo”. Però è necessario, come pratica di analisi storica e politica.

La prima cosa che NON si deve fare è parteggiare per gli uni o per gli altri: hanno entrambi, israeliani e palestinesi, torto e ragione. Hanno ragione quando vogliono autonomia e indipendenza (due popoli, due nazioni?). L’idea, però, di giustificare gli atti criminali degli uni e degli altri come rivendicazione per un torto subito in precedenza è un circolo vizioso che non fa altro che alimentare odio su odio. Vale per Hamas, colpevole di un efferato atto terroristico il 7 ottobre 2023, vale per la risposta sproporzionale di Israele, colpevole di politiche terroristiche ormai decennali con il benestare di tutta la comunità internazionale (solo deroghe per gli israeliani che non hanno mostrato nessun rispetto per gli accordi di Oslo e per ogni altro tipo di concordato sulle colonie). Questa non è politica, ovvero non è una politica costruttiva, ma è quella dell’ “occhio per occhio”. Non è giustizia.

La seconda cosa che NON si deve fare è utilizzare male la storia: lo stato di Israele nasce a tavolino nel 1947 e si proclama indipendente nel 1948, il 14 maggio. Nasce come progetto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che prevedevano la convivenza (pacifica?) di due popoli in un’unica nazione. La storia ci ha insegnato che non è mai stato così, non lo è tutt’oggi. La verità è che lo stato di Israele, quello che si fregia di essere una avanzata democrazia in medio-oriente, ha segregato da decenni il popolo palestinese in piccole riserve (di cui la striscia di Gaza e la Cisgiordania sono le più importanti): ci sono muri, ci sono recinti, ci sono zone di controllo che limitano la libertà del popolo palestinese.


Bisogna però superare questo polarismo ideologico e operare perché si trovi una soluzione politica e diplomatica che faccia cessare le ostilità, nel rispetto dei civili, israeliani e palestinesi, che subiscono da anni le guerre di fazioni ideologizzate dell’estrema destra israeliana (a cui fa capo Benjamin Netanyahu) e di quella estremista palestinese (ricondotta oggi ad Hamas).

Il terzo errore è linguistico: chiamiamo le cose con il loro nome. Una cosa è l’antisemitismo, che rientra nell’avversione e nell’odio per un popolo, un’altra è l’antisionismo, avversione alla teoria ottocentesca di un ritorno a Sion e dunque allo Stato d’Israele. Una cosa è la guerra, un’altra è il genocidio: quello che ha fatto Hamas il 7 ottobre e quello che sta facendo Israele in questi giorni, attaccando entrambi civili, donne e bambini, solo perché israeliane e/o palestinesi, è genocidio. Non rientra affatto nella categoria della autodeterminazione di un popolo e della sua nazione, ma nello sterminio del popolo rivale, nemico. Hamas (e non i palestinesi: in Cisgiordania infatti il controllo è dell’Autorità Nazionale Palestinese) non rappresenta i palestinesi, ma sta usando i palestinesi per una causa solo parzialmente giusta, ma umanamente sbagliata.
Singolare che in questi giorni alcuni giornali israeliani, primo fra tutti The Haarez, condannino la politica guerrafondaia e espansiva (colonizzante) di Benjamin Netanyahu e dell’estrema destra israeliana (lo stesso fa David Grossman sulle pagine del Financial Times), un po’ come stavano facendo i russi (primo fra tutti Navalni e a seguire Garry Kasparov) quando all’occidente denunciavano la politica di Vladimir Putin. Evidentemente la comunità internazionale è già schierata!

Come uscirne fuori? L’unica soluzione non può che essere politica e quindi diplomatica: bisogna sostenere un processo di pace che porti ad una mediazione non solo con Hamas, ma anche con Benjamin Netanyahu, nel nome dei civili che in questi giorni continuano a perdere la vita, in senso proprio (già oltre 6.000 le vittime innocenti, che come tali non hanno una nazionalità) ed in senso figurato, dato che migliaia di palestinesi sono stati confinati sotto assedio, senza acqua, senza cibo, senza futuro.

Quest’ennesima guerra sta evidenziando ancora una volta il nanismo diplomatico, fazioso e imperialista, della nostra società occidentale; sta armando un fronte anti-occidentale che vede allargarsi all’asse Russia-Cina anche i paesi arabi; sta segnando un fortissimo passo indietro nella storia umana, costretta al precipizio dell’autodistruzione.

Fermare le armi e parlare di pace dovrebbe essere la priorità di tutti: per farlo è necessario un ripensamento della politica non come definizione di nazioni, che hanno sempre dei confini mobili, ma come libertà dai vincoli delle nazioni per una convivenza cooperativa e pacifica fra i popoli (soluzione da estendere ad altri conflitti in atto, come quello fra Ucraìna e Russia e quello turco-curdo: a questo pensa Abdullah Öcalan).
Sarebbe bello, ma è utopistico, pensare ad un referendum fra i popoli palestinesi e israeliani, per capire se davvero vogliono eliminare l’uno l’altro o se invece non preferiscono vivere insieme.

Restiamo umani!


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