Le contraddizioni del rapporto Scuola-Lavoro

Finché continueremo ad associare l'istruzione ad una collocazione nel mondo del lavoro, avremo in mente un modello di società basata sulla competizione e sull'economia del mercato.

La lettura dell’ UNIVERSITY REPORT 2023. Quanto vale il titolo di studio nel mercato del lavoro? lascia più punti interrogativi irrisolti che prospettive e risposte.

Lo University Report è uno studio di carattere divulgativo che analizza gli effetti dell’istruzione in termini di carriera e di retribuzione, in particolare quella terziaria, nel mercato del lavoro italiano.
Il report, giunto quest’anno all’ottava edizione, è stato sviluppato in collaborazione con LHH Recuitment Solutions, società di consulenza internazionale di The Adecco Group specializzata nella ricerca e selezione di Executives, Leaders e Experts.
(p.3)

Ne ricaviamo che

  • secondo i parametri delle rilevazioni internazionali l’Italia è uno dei Paesi con la percentuale più bassa nella lettura e comprensione del testo (il 23% non raggiunge livelli accettabili)
  • in Italia solo il 28,3% dei giovani fra 25-34 anni possiede un “titolo di studio terziario” (ovvero post-diploma)
  • la disoccupazione e l’inattività sono più basse della media nazionale solo per i giovani con un titolo di studio terziario (ovvero più alto è il titolo di studio, più ci sono possibilità di impiego)
  • l’Italia ha il primato europeo per la presenza di neet (19%) ed è la terza in Europa per disoccupazione dei giovanissimi (29,7%)
  • il 26% degli occupati è sovra-istruito, tra i laureati la percentuale arriva al 37,4%

Tutti dati imbarazzanti, ma anche in parte contraddittori (al netto del fatto che le rilevazioni sugli apprendimenti dei quindicenni è definita secondo parametri OCSE, non prorpriamente un ente pedagogico, ma anzi un’organizzazione economica).

Provo in pochie battute a spiegare perché mi sembrano contraddittori.
(a) Abbiamo pochi laureati.
Certo, perché le nostre università hanno il numero chiuso in tutte le facoltà non umanistiche. Ed hanno il numero chiuso perché evidentemente non si vuole investire per rendere i corsi accessibili a tutti.
(b) Abbiamo il maggior numero di lavoratori sovra-istruiti
L’Italia è un Paese di piccole e medie imprese, pertanto sono pochi i laureati che trovano collocazione legata al loro titolo di studio. Questo fa sì che gli stipendi siano inadeguati al titolo di studio ed alla formazione avuta.
(c) Abbiamo un alto numero di neet
Perché i posti di lavoro meno qualificanti sono occupati dai lavoratori sovra-istruiti. E’ una colpa? Certo, di un Paese che non vuole investire in politiche del lavoro capaci di sfruttare al meglio le competenze dei suoi laureati.
(d) Esiste un problema salariale
Perché dei lavoratori sovra-istruiti dovrebbero accontentarsi di lavori inadeguati e pagati meno di quello che sono pagati all’estero dove invece fanno fruttare le alte competenze per sviluppo e tecnologia?
(e) Stiamo trascurando il patrimonio umanistico
Associare l’istruzione all’impiego nel mondo del lavoro fa prediligere una formazione di tipo tecnico-scientifica e svaluta la formazione umanistica.

Finché continueremo ad associare l’istruzione ad una collocazione nel mondo del lavoro, avremo in mente un modello di società basata sulla competizione e sull’economia del mercato. In questa società non c’è spazio per far esprimere le potenzialità di tutti, ma soltanto di chi è funzionale alla società competitiva e di mercato.
E’ davvero questo quello che si intende quando si enuncia che bisogna garantire a tutti gli individui di essere integrati nella società?

Ogni individuo ha diritto ad un’istruzione di qualità e inclusiva, alla formazione e ad un apprendimento permanente, al fine di mantenere e acquisire competenze che gli permettano di essere pienamente integrato nella società e gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro.

Primo Pilastro Europeo dei diritti sociali

E’ davvero questo il modello di scuola e società che vogliamo?



Massimiliano
Massimiliano
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