La questione curda ed il caso Abdullah Öcalan

Rivendicare la libertà per Abdullah Öcalan significa scardinare la categoria della banalità del male che ben conosciamo, ma continuiamo a tollerare.

Di seguiro il mio intervento alla conferenza stampa tenutasi a Milano il 10 ottobre 2023 per sollecitare la scarcerazione di Abdullah Öcalan e sensibilizzare la politica per una soluzione pacifica della questione curda e del Kurdistan.

Quando mi è stato proposto di intervenire in sostegno della causa Abdullah Öcalan, ho ripercorso la storia della questione curda e dell’incarceramento di Abdullah Öcalan, accorgendomi che è talmente lineare e banale da far paura.

Non uso il termine ‘banale’ a caso, ma perché associo tutta la vicenda alla categoria della banalità del male della quale siamo tutti consapevoli, ma di cui fatichiamo a liberarci.

La repressione fisica, morale e psicologica del popolo curdo, del partito dei lavoratori (PKK) e del leader Abdullah Öcalan è la storia della paura ancestrale degli uomini nei confronti del diverso.

Jin, Jîyan, Azadî‎(donna, vita, libertà) è un programma politico che riassume un’idea di vita, di convivenza, che richiede rispetto reciproco, ascolto, disponibilità. Si tratta di un programma, prima ancora che di uno slogan, che spaventa, perché spaventa l’idea di voler cedere qualcosa del proprio presunto potere per condividerlo con altri, per condividerlo in una prospettiva di bene comune.

Spaventa chi è abituato a governare ed a vivere secondo la logica della forza e della violenza.

In questa vicenda, politica ed umana, c’è tutta l’incoerenza dell’Occidente, un’incoerenza che non risiede soltanto nell’aver sostenuto i curdi contro l’Isis per poi abbandonarli o di aver sostenuto la ‘primavere arabe’, l’ultima quella di Masha Amini, per poi indignarsi per la condizione delle donne e strumentalizzarle contro gli arabi, ma anche nell’aver voluto annientare la figura fisica e politica di Abdullah Öcalan, abbandonandolo al suo destino di detenzione, isolamento e tortura.

Spaventa ancora di più la reazione di chi dissente: negare le differenze, oscurando una persona, è il modo di agire dei deboli, di chi non ha argomenti, di chi ha paura di affrontare le proprie paure.

Ma se oggi siamo ancora qui a reclamare la liberazione di Abdullah Öcalan, vuol dire che le sue idee, di pace e di convivenza, sono più forti della brutalità dei suoi aguzzini; vuol dire che il desiderio di pace prevale sulla voglia di annientare. A queste idee dobbiamo dare sostanza.

Liberare un uomo dalla sua tortura è un atto politico che serve a ripristinare un cammino di riappacificazione fra popoli, che va anche ben oltre ogni limite dettato dai confini di stati e nazioni, va oltre il diritto di autodeterminazione di uno stato.

Perché la libertà di un popolo, come quella di un uomo, per essere libertà, non può avere confini.

–> Libertà per Öcalan, Soluzione politica per il Kurdistan


Massimiliano
Massimiliano
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