La pedagogia del sorvegliare e punire: il vademecum del ministro del merito

In pochi giorni il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha sciorinato ampie perle della sua visione ideologica della Scuola e della società, basata sul merito e sull’umiliazione dei più deboli.

Valditara, infatti, è riuscito a
associare il concetto di merito al reddito di cittadinanza ed alla dispersione scolastica, chiarendo l’impronta che intende dare all’orientamento scolastico

qualunque provvedimento di carattere assistenziale ci sarà al posto del reddito di cittadinanza potrà essere concesso a condizione che, se un ragazzo si è fermato alla licenza media o addirittura a quella elementare, possa completare l’obbligo scolastico iscrivendosi ai Centri per l’istruzione degli adulti, i cosiddetti Cpia che funzionano bene, oppure che, se ha già il diploma, segua una dei corsi di formazione che finanzieremo con i nostri fondi

Intervista a Il Sole 24 ore riportata e sintetizzata dalla RAI

chiarire come comportarsi con gli studenti disagiati che non osservano le regole, ovvero le sue politiche per l’inclusione scolastica e sociale (tradotto: chi sgarra deve essere condannato ai lavori socialmente utili)

Soltanto lavorando per la collettività, umiliandosi anche – evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita della personalità – di fronte ai suoi compagni, ci si prende la responsabilità dei propri atti. Da lì nasce il riscatto”.

notizia pubblicata da La Repubblica

chiarire come educare all’uso responsabile delle nuove tecnologie

Via i cellulari dalle classi nelle ore di lezione

notizia pubblicata dall’ANSA

Direi che le indicazioni fornite da questo breve vademecum sono chiare: gli studenti che non rispettano le regole ed abbandonano la scuola devono essere estromessi da ogni tipo di diritto civile e riorientati (non a caso tutti questi aspetti fanno sistema con il rilancio dell’istruzione professionale, quella a cui devono essere indirizzati gli studenti meno meritevoli). Non a caso si costruisce un’implicita graduatoria fra scuole, nella quale ai Cpia viene assegnato il ruolo di “recupero” dei casi disperati.
Fa niente che normalmente si tratti di studenti provenienti da contesti socio-economici complessi, che hanno certamente bisogno di comprendere le regole del vivere collettivo, ma prima ancora hanno bisogno di essere ascoltati e considerati come individui; fa niente che si tratti di studenti destinati a rimpinguare la fetta già vergognosa dei NEET (persone che non studiano e non lavorano) perché lo Stato non è stato in grado di fornire loro un’alternativa ad una vita di sussistenza; fa niente che si tratti di adolescenti che la nostra società consumistica sta condannando ad un progressivo impoverimento culturale, schiacciato in uno schermo rettangolare e limitato da un lessico sempre più destrutturato ed intuitivo.
Tutto questo non conta, conta invece il concetto della disciplina e dell’ordine, dell’utile sociale.
Non ci si pone il problema di come superare le disuguaglianze di base che comunque sono considerate una colpa da purgare, ma di come limitare gli spazi civili di chi nella società comunque non merita un posto di concetto, quanto invece una sana e robusta formazione ed avviamento al lavoro.

Aberrante l’idea di associare il reddito di cittadinanza, uno strumento, l’unico oggi disponibile, di politiche attive per chi non ha un lavoro ad un peccato formativo: Ci sono centinaia di migliaia di ragazzi che non si formano, non studiano, non cercano un lavoro. E noi cosa facciamo? Stiamo zitti e in più gli diamo il reddito di cittadinanza come se fosse la paghetta immeritata?
Anziché indagare su come includere i ragazzi e le ragazze in percorsi scolastici, si attribuisce loro una volontaria, comoda e deliberata scelta di uscita dal sistema scolastico, pertanto si associa il reddito di cittadinanza ad un percorso che formalmente deve servire a colmare il gap formativo. Ma allora perché non risolvere subito il problema della dispersione scolastica avviandoli subito al lavoro senza cercare neanche di recuperarli?
Anziché ragionare su strumenti che possano superare i disagi socio-culturali di ragazze e ragazzi che utilizzano linguaggi violenti e scomposti come forma di difesa ad un loro senso di inadeguatezza sociale, si sceglie di punirli umiliandoli (è vero, si è corretto Valditara, spiegando che non intendeva parlare di umiliazione, ma di umiltà!). Si getta la spugna, e con la spugna si gettano libri, progetti educativi, percorsi di ascolto, per brandire la frusta dell’umiliazione. Questo è il senso di inclusività ed inclusione che intende portare avanti il Ministero dell’Istruzione e del Merito?

Direi che in pochi giorni Giuseppe Valditara è riuscito a riscrivere con enorme efficacia l‘indirizzo pedagogico che intende dare al suo Ministero della Propaganda.

Scomodando (anche se decontestualizzandolo) il filosofo francese Michel Foucault, siamo entrati nella pedagogia del Sorvegliare e punire.


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