Jin, Jîyan, Azadî ‎(donna, vita, libertà)

L’8 marzo festeggiamo la giornata della donna: mai come quest’anno ci sono motivi politico-sociali necessari per trasformare questa giornata in qualcosa di più di una semplice ricorrenza.

scarpe rosse

L’8 marzo festeggiamo la giornata della donna: mai come quest’anno ci sono motivi politico-sociali necessari per trasformare questa giornata in qualcosa di più di una semplice ricorrenza.

La FLC CGIL ha proclamato uno sciopero generale per denunciare i continui femminicidi (sono 43 nel 2023, e già 9 nel 2024: vedi la fonte), che non possono essere semplicemente derubricati come ‘omicidi’, dal momento che appartengono ad un assunto sociale che propone un’idea di società patriarcale e maschilista, una società diseguale e violenta, che ha nella sopraffazione e nella guerra i suoi capisaldi.
Ma non solo.
Lo sciopero mette altri punti di rivendicazione

  • affermare un sistema sociale che sostenga il lavoro femminile – a partire da salario e diritti – contrasti la precarietà e garantisca pari condizioni di accesso alle infrastrutture di cittadinanza dal sistema socio sanitario, all’istruzione e alla formazione  
  • garantire alle donne un accesso alla pensione che consenta di affrontare dignitosamente e serenamente l’età della vecchiaia
  • contrastare riforme finalizzate a frammentare ancora di più il nostro Paese che, causando ulteriori differenze da territorio a territorio, finiranno fatalmente per determinare nuove marginalità
  • difendere il diritto di decidere autonomamente e liberamente del proprio corpo a partire dalla difesa della legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza.


L’idea di una diversa politica di genere, vòlta a riconoscere l’uguaglianza di diritti e di opportunità fra donne e uomini, è un programma politico molto spesso sventolato, troppo poco praticato. Questo stesso nostro esecutivo, per la prima volta guidato da una donna, è sordo ad ogni tipo di politica in questo senso, perché ancora fermo ad idee, superate, di donna-casa-famiglia che richiamano uno schema di ruoli e appartenenze retrogado.

Uno sciopero per le donne oggi non è un atto rituale, ma una ribellione ad un’idea di società che prevarica e che concede, ma non si confronta.
Non è infatti solo una questione di deprecabile violenza sulle donne, c’è di più e c’è di peggio, perché insito in una certa ideologia sociale e politica. Ricordo ancora che nella stesura del PNRR (governo Conte 2 prima, governo Draghi poi) si era pensato ad aumentare gli asili nido per liberare le donne dall’attività di cura; leggo dall’obiettivo:

Con questa linea di investimento si intende aumentare l’offerta educativa nella fascia 0-6 su tutto il territorio nazionale, attraverso la costruzione di nuovi asili nido e nuove scuole dell’infanzia o la messa in sicurezza di quelli esistenti, in modo da migliorare la qualità del servizio, facilitare le famiglie e quindi il lavoro femminile, incrementare il tasso di natalità.

(PNRR Futura)

Niente di più sbagliato: sia per quanto riguarda il diritto allo studio (aumentare gli asili concependoli come parcheggio e non come ) sia per quanto riguarda il diritto alla famiglia (si presuppone che sia un “compito” puramente femminile).
Quindi, nell’idea di chi ha concepito questa missione del PNRR, non si agisce per estendere il diritto alla genitorialità agli uomini-padri, ma si vogliono creare asili-parcheggio: ma una donna-mamma può trovare soltanto così il suo posto di lavoro? Davvero è così inconciliabile il diritto al lavoro ed alla propria realizzazione professionale, con quello della genitorialità?

Quello che stona di più è l’assunto di base per cui donna = mamma, a cui si concede qualcosa, un’opportunità lavorativa.

Oggi serve un cambiamento radicale dell’educazione alla società, e in questo il settore della conoscenza, come sempre, può e deve svolgere un ruolo fondamentale perché l’educazione al rispetto reciproco, all’uguaglianza, alla libertà di idee ed autodeterminazione della persona all’interno di una società inclusiva e senza pregiudizi inizia dai banchi di scuola.

Serve una piena realizzazione della Costituzione, dell’art.3: anche politiche di genere sbagliate, anche i pregiudizi costituiscono degli ostacoli per la realizzazione di uno stato libero, inclusivo, democratico, civile.

Prendiamo esempio dal popolo curdo:

Jin, Jîyan, Azadî ‎(donna, vita, libertà) è un programma politico che riassume un’idea di vita, di convivenza, che richiede rispetto reciproco, ascolto, disponibilità. Si tratta di un programma, prima ancora che di uno slogan, che spaventa, perché spaventa l’idea di voler cedere qualcosa del proprio presunto potere per condividerlo con altri, per condividerlo in una prospettiva di bene comune. Spaventa chi è abituato a governare ed a vivere secondo la logica della forza e della violenza.

(fonte: La questione curda ed il caso Ocalan)

Il tempo è oggi maturo per rivendicare un cambiamento radicale nella nostra società: questa è la “via maestra” ad una alternativa ad una società ancora smaccatamente patriarcale, nelle idee e nei fatti.


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