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Il vanverismo pedagogico dominante: una legge pericolosa per favorire l’insegnamento delle competenze non cognitive (prima parte)

L’obiettivo è quello di codificare quanto in Italia oggi ancora manca, ovvero delle Linee Guida per l’insegnamento basato sulle character skills,: come rendere più produttivi gli alunni per un inserimento nel mondo del lavoro.

È stata di recente approvato alla Camera, su proposta dei deputati Lupi, Delrio, Aprea, Toccafondi, Casa, Lattanzio, Garavaglia, Frassinetti, Palmieri, Cattaneo, Gariglio, Colucci, Calabria, Gelmini una legge “trasversale” (A.C. 2372) che prevede, a partire dall’anno scolastico 2022/23, un progetto sperimentale triennale per promuovere nella Scuola (statale, paritaria, CPIA e CFP) lo sviluppo delle competenze non cognitive.

Si tratta di una proposta pericolosa che, richiamandosi ad una scala valoriale etica e non ai principi ed ai valori della Scuola della Costituzionemette in discussione in pochi commi la libertà di insegnamento, l’autonomia degli organi collegiali e, per certi versi, il diritto stesso al lavoro. Un disegno di legge che il Senato è chiamato, in seconda lettura, a modificare profondamente o, meglio ancora, a lasciarlo morire come l’ennesimo tentativo mal riuscito di scrittura di una legge inutile e pericolosa.

Per partecipare alla sperimentazione le Scuole, su base volontaria, presenteranno dei progetti che saranno vagliati da un’apposita commissione ministeriale, di cui faranno parte anche membri dell’INDIRE e dell’INVALSI.

La sperimentazione è finalizzata all’individuazione di percorsi didattici incentrati sulla valorizzazione delle competenze non cognitive individuate come strumenti chiave per raggiungere il successo formativo degli alunni e degli studenti. In particolare si mira a definire, al termine della sperimentazione, delle buone pratiche relative alle metodologie e ai processi di insegnamento, nonché alla definizione dei criteri e degli strumenti per la loro rilevazione e valutazione, che favoriscano il recupero motivazionale degli studenti, contro la dispersione scolastica implicita e la povertà educativa. I progetti potranno essere sviluppati nella modalità dell’alternanza scuola/lavoro o in partenariato con organizzazioni del Terzo settore e del volontariato, comprese parrocchie e associazioni sportive.

È inoltre previsto l’ennesimo percorso formativo per i docenti (obbligo surrettizio) ricondotto al quadro del Piano Nazionale di Formazione voluto dalla Buona Scuola e soprattutto non è previsto nessun onere aggiuntivo in termini di risorse organiche o orarie. Ci sono giusto i fondi per i formatori (INDIRE, INVALSI e Università).

Non si tratta di una nuova materia di insegnamento, ma di un atteggiamento trasversale a tutte le discipline insegnate.

La norma, totalmente da respingere, non va letta soltanto nella versione depurata dalla Commissione VII della Camera, ma, per coglierne lo spirito, bisogna partire dal testo originario che così predicava: “Al fine di prevenire la povertà educativa e la dispersione scolastica, la presente legge prevede l’introduzione sperimentale e volontaria, nell’ambito di uno o più insegnamenti delle scuole secondarie di primo e di secondo grado, delle competenze non cognitive, quali l’amicalità, la coscienziosità, la stabilità emotiva e l’apertura mentale, nel metodo didattico.”  

Evidentemente qualche accorto consigliere avrà fatto notare ai legislatori che “l’amicalità, la coscienziosità, la stabilità emotiva e l’apertura mentale” sono piuttosto “atteggiamenti”, “tratti di personalità” e “attitudini” e non “competenze” che invece presuppongono, come supportato da un’ampia bibliografia pedagogica, la presenza di conoscenze. Del resto definire competenze quei tratti di personalità ed imporli come prassi pedagogica è incoerente con l’accezione stessa di competenza.

Il riferimento chiaro è ad una discussa teoria della psicologia del lavoro, quella del BigFive, presentata da Robert R. McCrae e Paul T. Costa, relativa alle cinque attitudini nella valutazione di una persona in contesti lavorativi ed organizzativi.

Non sfugge neppure il tentativo maldestro di piegare la prassi pedagogico-didattica ad una teoria psicologica che si fonda a sua volta, bibliografia alla mano, su una categoria molto pericolosa: il capitale psicologico, ovvero quell’insieme di caratteristiche della personalità che servono per una valutazione delle persone per la loro collocazione in ambito lavorativo.

L’aggancio col mercato del lavoro è di fatto palese nella relazione del 29 novembre 2021 dell’on. Lattanzio, che ribadisce, a distanza di oltre un anno dal progetto di legge originale (varato il 6 febbraio 2020), il legame con il mondo del lavoro; infatti l’onorevole parte dalla citazione di un premio Nobel per l’economia, James Heckman,  che “ci ha ricordato in diversi passaggi che è necessario superare in maniera definitiva il meccanicismo e il funzionalismo della scuola attuale, per aprirsi a ciò che lui chiama character skills e alle sfide del contesto relazionale e culturale in cui un ragazzo è inserito. Quindi, diventa indispensabile insegnare non le sole nozioni, ma è necessario introdurre la conoscenza e la competenza che porta alla riscoperta di persone, relazioni e valori che permettono agli studenti e alle studentesse di affrontare in maniera maggiormente completa e consapevole non soltanto la scuola ma la sfida che il mondo attuale globalizzato ci pone davanti, di cui la scuola fa parte.”

L’obiettivo è quello di codificare quanto in Italia oggi ancora manca, ovvero delle Linee Guida per l’insegnamento basato sulle character skills, tradotto: come rendere più produttivi i nostri alunni in previsione di un inserimento nel mondo del lavoro.

Tralasciando il fatto che parte della stessa comunità scientifico-psicologica ha bollato come pericolose e riduttive queste esemplificazioni delle attitudini personali che riducono in una tassonomia della personalità eccessivamente stringente tutta la complessità del percorso e della formazione di una persona, di difficile determinazione, bisogna denunciare la pericolosità di questo esperimento, che ancora una volta pone la Scuola in una posizione ancillare rispetto al mercato del lavoro.

Anche perché non è chiaro come porre l’accento su questi aspetti caratteriali possa generare un miglioramento del successo formativo, la riduzione della dispersione scolastica e della povertà educativa.

Oltre alla forzatura di spacciare una teoria psicologica come una prassi didattico-pedagogica, c’è, ed è ancora più grave, l’ennesimo pregiudizio di fondo sulla percezione del lavoro del personale docente, che è alla base di questo disegno di legge: l’intervento si rende necessario perché oggi a scuola gli insegnanti promuovono odio e inimicizia? Approssimazione e sfogo incontrollato delle emozioni? Irresponsabilità ed individualismo?

Quindi oltre ad intervenire, in maniera brutale, sull’autonomia scolastica in merito al metodo di insegnamento che ogni scuola può e deve darsi, rimanendo nell’alveo della normativa attualmente vigente, si adombra una presunta attuale incapacità da parte degli insegnanti di trasfondere nell’insegnamento valori trasversali connessi all’attitudine ed all’approccio, afferenti la sfera delle relazioni umane.

Un ennesimo schiaffo ad un’Istituzione, la scuola, attraverso una proposta che non ha nulla di pedagogico, ma sottende invece un progetto ideologico e politico che, per queste stesse ragioni, è ancor più pericoloso.

Continua…

–> Originariamente pubblicato su Articolo33 online (18 gennaio 2022)


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