Il “merito” come trappola per i filosofi banali

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A margine del congresso di Meritocrazia Italia, il filosofo Diego Fusaro ha rilasciato delle dichiarazioni di una banalità e superficialità incredibili.

Afferma Diego Fusaro: “In Italia la situazione è surreale se si critica il concetto di merito. Una società in cui non si premia il merito è una società in cui vanno avanti i parassiti. Ripartire dal merito è una questione fondamentale, potrebbe essere un modo per superare l’empasse della politica italiana divisa in sterile dicotomia tra destra e sinistra che in realtà condividono tutto, anche la scarsa valorizzazione del merito. Mi ritengo già imbarcato nel Movimento Meritocrazia Italia, condivido tutto di questo progetto, anche il favorire il dialogo tra forze politiche diverse”. 

“Il merito viene associato ad un concetto di destra, in termini nietzschiani, per il rimando a delle capacità superiori. Al tempo stesso è anche un concetto di sinistra, nel senso di rivendicazione dell’individuo di essere valutato non per la casta, il ceto e la posizione economica, ma per il suo talento. Mi piace ricordare una lettera del giovane Gramsci che diceva di provare rabbia per il fatto che suoi compagni più fortunati di lui potevano andare avanti negli studi, lui non poteva pur volendolo fortemente. Quella era la rivendicazione di far emergere un merito. Una società che non riconosce il merito è una società morta”. (fonte: Tecnica della Scuola)

La prima banalità, che denota l’insipienza di chi l’ha detta, è che non accettare la logica di una società meritocratica significa accettare la logica di una società di parassiti. Ergo, i meritevoli sono quelli che producono, i non meritevoli sono quelli che non producono.
Fusaro cade nella trappola del merito (bastava aver letto Daniel Markovits, Meritocracy trap, 2019; oppure Michael J. Sandel, The Tyranny of Merit, tradotto per Feltrinelli nel 2021) che si manifesta come l’elemento divisivo scatenato da un gruppo dominante che vuole mantenere con livore il suo status privilegiato. Per queste ragioni non mi soffermo su questo passaggio, perché rimando alle lucide analisi di Markovits e Sandel.

Ma da un filosofo ci si sarebbe dovuto aspettare una meno banale riflessione ed elaborazione del concetto di merito, termine di per sé neutro che necessita di un valore di riferimento per poter acquisire significato.

Mi spiego: se assumo il punto di vista di un criminale, è meritevole chi commette il crimine più efferato senza essere catturato; se assumo il punto di vista di un prete, è meritevole chi rispetta i precetti della Bibbia e del buon cristiano; se assumo il punto di vista di un nazista, è meritevole chi stermina più ebrei, negri, omosessuali … e così discorrendo.

Ecco, manca un’altra lettura a Diego Fusaro, quella di Ivan Illich (Deschooling society, 1971, ma tradotto di recente per Mimesis 2019) che chiarisce che il merito ed il valore di un cittadino dipendono dall’indicatore che si intende prendere come punto di riferimento, ovvero che il merito dipende dall’indicatore con cui lo si vuol misurare.

Per esempio, potremmo dire che un buon filosofo, un filosofo meritevole, è quello che non scrive banalità, ma si documenta (indicatore) ed elabora in modo coerente (finalità).


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