Crisi globale di una “professione”

insegnanti

Non sono soltanto gli insegnanti italiani a denunciare le difficoltà, salariali e professionali, connesse al loro lavoro: stipendi bassi e reputazione sociale ancora più bassa sono due problemi che si ritrovano anche nella situazione dei colleghi inglesi, ungheresi, polacchi e rumeni.

Un recente servizio del canale ARTE (rimbalzato sulla versione online della rivista Internazionale: Si torna a scuola e i professori sono arrabbiati) ha fatto il punto in una prospettiva più ampia, riportando la voce di insegnanti, sindacalisti e giornalisti che hanno raccolto i malumori di una categoria sempre più ai margini sociali e culturali. E soprattutto portando alla ribalta due problemi: salari e reputazione sociale.

Gli stipendi bassi sono sicuramente un problema a fronte di un aumento costante del costo della vita: non stupisce che in alcuni casi gli insegnanti siano costretti a due-tre lavori per poter integrare il “salario principale”. Da Londra a Varsavia il mestiere diventa sempre più difficile.
In molti casi (Ungheria e Polonia) è messa a repentaglio anche la libertà di insegnamento, con forti invasioni del governo di turno che vuole riscrivere i manuali di scuola.

Per essere alla pari degli altri sovranisti polacchi e ungheresi, anche Matteo Salvini (leader della Lega e Ministro della Infrastrutture!), per dare anche un appoggio al “suo” ministro Giuseppe Valditara, è intervenuto sui social chiarendo la sua idea di educazione e di “rispetto” degli insegnanti.

La rivendicazione di parte sindacale, della FLC CGIL, è chiara:

Il rispetto per gli insegnanti che il ministro Salvini tanto decanta lo misureremo in legge di bilancio. Quando potremo constatare se il Governo stanzierà finalmente risorse adeguate a valorizzare economicamente una professione tanto importante per il Paese, quanto svalutata dalla politica, portando gli stipendi alla media dei colleghi europei e rispondendo all’aumento dell’inflazione. E quando stabilizzerà finalmente i 200mila lavoratori che, come ogni anno, faranno funzionare le nostre scuole con contratti precari. Questo sì che sarebbe rispetto.

La valorizzazione economica del mestiere dell’insegnante, in una società capitalistica, è un punto nevralgico per un rilancio sociale della professione: diversamente è chiaro che questo lavoro, così delicato e al tempo stesso complesso per le implicazioni sociali stesse ad esso connesso, resta ai margini della scala valoriale sociale se lo stipendio pesa così poco.

Altrettanto preoccupanti, anche in Italia, sono i tentativi di limitare l’azione di ricerca e di insegnamento dei docenti: le continue legiferazioni, che sono calate dall’alto ed imposte senza alcun confronto con le parti sociali che rappresentano gli stessi insegnanti, ma anche senza alcun confronto con famiglie e studenti, minano infatti l’autonomia e la libertà di insegnamento, indirizzando l’insegnamento verso una qualunque pratica burocratico-ministeriale.
Alcuni esempi? Beh, il revisionismo sulle Foibe, oggetto addirittura di un corso estivo di didattica per la formazione degli insegnanti.
Quanto è distante Budapest?


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