La scuola-impresa, stella polare del Recovery Fund

Una necessaria premessa: la filosofia del New Public Management (Npm) innerva tutte le proposte del Piano sull’uso del «Recovery Fund». La scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, è la logica di fondo del Npm: il trionfo dell’individualismo anche nel pubblico, incarnato negli standard astratti di valutazione (benchmark) che prendono il posto dell’interesse pubblico.

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Quattro misure urgenti per la scuola e per il resto del Paese

Riporto di seguito l’intervento di Massimo Mantellini su Internazionale.
Lo premetto: non sono d’accordo!
Cioè sono d’accordo con quella parte di analisi, per la verità del tutto evidente, che sottolinea i ritardi e l’incapacità della politica di fare fronte all’emergenza: l’immobilismo che ha paralizzato l’agire politico è sconcertante per il dilettantismo e l’incapacità organizzativa che stiamo subendo in questi mesi, quasi un anno.
Non sono d’accordo con le quattro proposte, che segnano la sconfitta della scuola in presenza: potenziare la rete, potenziare i repository, acquistare pc e formazione sul digitale sono soluzioni che significano abdicare del tutto alla possibilità di fare della scuola un luogo di aggregazione.
In sostanza significa lasciar perdere la possibilità di migliorare la sanità, il controllo del tracciamento, potenziare i traporti, rafforzare gli organici… mettere cioè la Scuola al centro. A favore di un surrogato di tele-formazione-educazione che invece non funziona, in assoluto, non solo perché ci sono limiti tecnici.
Significa abdicare alla scuola come luogo sociale dell’apprendimento, per esplorare un campo (arido) di apprendimento che potrebbe dare sicuramente frutti in termini di competenze, conoscenze e apprendimenti (digitali soprattutto), lasciando per sempre indietro la scuola come luogo di formazione sociale delle persone.

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Appunti per la Legge di Bilancio 2021: poche cose per la scuola (e pure confuse)

Sarà una legge di Bilancio molto magra per la Scuola.
Non debbono trarre in inganno le promesse di stabilizzazioni (25 mila docenti di sostegno e 1000 assistenti tecnici per le scuole del primo ciclo): infatti si tratta di due provvedimenti che non solo non risolvono i problemi di organico attualmente esistenti, tanto che sono oltre 50mila all’anno i posti autorizzati in deroga (da oramai 5 anni!), ma non consentono neppure di ridurre il numero di alunni per classe favorendo il distanziamento fisico tanto richiesto. Serviva uno sforzo per ampliare innanzitutto gli organici (dal posto comune, agli educatori, agli ATA), con notevoli investimenti anche nelle strutture (aumento dei locali e degli spazi) per ospitare classi meno numerose.

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I diritti negati dai farabutti

Non c’è solo la Scuola a distanza. C’è qualcosa di più grave, di più forte, di più inconcepibile: morire a scuola.
In Camerun (Kumba) e in Afghanistan (Kabul) , per ragioni ideologiche e rivendicazioni politico-religiose, non c’è stata nessuna remora ad entrare nelle aule scolastiche e sparare sui bambini/ragazzi: è la negazione dell’umano far sfociare degli scontri ideologici e politici su ‘esseri inermi’, che pagano colpe non loro.

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Scuola

Sostantivo femminile derivato dal greco scholè, tempo libero.

Da Platone a Aristotele, i greci antichi esaltarono con costanza e fermezza la scholè. Solo nel tempo libero dalle necessità materiali, ovvero dagli impegni decisivi a procacciarsi di che vivere, è possibile occuparsi della propria anima, costruire la propria personalità, ragionare, imparare, crescere.

Opposto al tempo libero della scholè stava dunque il lavoro, considerato come una semplice mancanza. E per questo definito per mezzo di quella lettera con cui la lingua greca nega ciò che segue: l’alfa privativa. L’a-scholìa era il tempo necessario a produrre, il tempo del lavoro attraverso cui ci guadagniamo il pane. Un tempo che si deve limitare il più possibile perché ciò che importa nelle nostre esistenze è il tempo che ci è dato da vivere e di quel tempo solo il minimo indispensabile deve essere impiegato per lavorare, produrre, far soldi.

Nella quiete della scholè, gli esseri umani sviluppano ciò che è più importante: il senso critico. Nel tempo libero, essi possono chiedersi se esista un altro modo per fare ciò che fanno quotidianamente, se sia giusto quel che hanno imparato, se forse un’altra strada sia possibile.

Interrogarsi, criticare. Perché la crisi è ciò che conta. Ossia, la krisis, la scelta, la decisione, il bivio che ci consente di cambiare strada.

La scuola, dunque, è quel luogo fisico e ideale dove ci dedichiamo a noi stessi per crescere e ragionare fuori da qualsiasi necessità materiale. La scuola è il luogo del ragazzo che non lavora. La scuola è lo spazio mentale dell’adulto che continua a chiedersi perché.

In un tempo dominato dallo spirito protestante del lavoro, del denaro e della produzione a ogni costo, un tempo in cui si è addirittura drogati di lavoro (workaholic) e incapaci di vivere il tempo libero, è facile capire perché la scuola venga sempre per ultima e semmai la si consideri come un semplice momento di preparazione al lavoro.

Ma nessun cambiamento è possibile senza quello che è sempre stato il cuore della nostra civiltà: il senso critico. Ripartire dalla scuola significa questo.

Fonte: L’Espresso

E noi dovremmo parlare di grembiulini?

Ecco il dibattito sulla scuola promosso dal vicepremier Salvini: mettere il grembiulino, per rendere uguali i ragazzi (che poi hanno zaini, astucci, colori, quaderni, libri, cellulari da cui il diverso livello economico traspare in maniera ancora più evidente).

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