partecipazione

Una delle frasi più frequenti quando si avvicinano delle votazioni è, da parte di chi si accinge a esprimere riluttante la propria preferenza, “tanto cosa importa, sono tutti uguali, tutti lo stesso schifo!”.

Questa nella migliore delle ipotesi: mediamente il responso di chi è sollecitato ad esprimersi è quasi sempre di disgustata distanza e, peggio ancora, indifferenza. Per cui molto spesso si assiste a dichiarazioni del tipo “non vado a votare, a che serve?”.

Indubbiamente c’è un fattore di confusione politico-morale che sta impoverendo la democrazia, per la quale molti hanno già decretato la tragica fine se non l’impotente declino e fallimento, e sta spingendo molti a chiudersi nell’apparente confort-zone del disimpegno, politico e civile.
Ne sono causa il fallimento dei partiti politici, come soggetti deputati ad orientare ed organizzare “le masse”, a cui segue a ruota la critica ai sindacati.

Sicuramente le cause sono imputabili a più fattori che provo schematicamente a riassumere così:
– un radicato fenomeno di globalizzazione e disintermediazione della nostra società;
– la frammentazione del mondo del lavoro e quindi della società civile sempre più polarizzata fra oppressi (lavoratori sfruttati) ed oppressori (detentori della ricchezza);
– cambiamenti economico-sociali legati alla fine della democrazia proletaria ed operaia degli anni ’80-’90;
– affermazione di una pressante richiesta di una risposta individuale a scapito di una vertenza collettiva, frutto di una società frammentata, individualista.

Non c’è dubbio che siamo orfani di una risposta politica adeguata, di grandi partiti di massa capaci di dare una risposta solidaristica. Azzardo a dire che oggi la politica è più attenta a proporre soluzioni legate ad una alternanza di potere e non ad una alternativa politica di governo.

Non a caso oggi ci si affanna a
– affossare lo stato sociale (welfare) trasformato attraverso la colpevolizzazione dei poveri e della povertà in workfare, ovvero un beneficio di scambio, assistenzialismo;
– si è smesso di dedicarsi alle politiche attive;
– si è smesso di parlare di reddito di base, di reddito universale.

Insomma, la lotta di classe c’è e la stanno vincendo i ricchi, l’ha vinta il sistema politico-sociale determinato da politiche capitalistiche e neoliberali.

Sono almeno due le azioni da fare per combattere la retorica della rassegnazione e del “consenso rassegnato” (voto quelli che mi sembrano i meno peggio):
– chiarire i distinguo e le sfumature
– partecipare, sempre.

Provo a chiarire brevemente i distinguo per invogliare alla partecipazione:
– questo governo di destra-centro non prevede nessuna azione strutturale ed incisiva per combattere le disuguaglianze sociali ed economiche, anzi. Si prevedono bonus irrisori e a partire dal 2025 (quindi per i “poveracci” qualche prebenda, ma non subito, con calma), mentre si favoriscono, con defiscalizzazioni pesanti, le aziende (Decreto Coesione).

– Non si attaccano gli extraprofitti, non si pensa ad una riforma fiscale, si pensa a prelevare dai più deboli,
eppure i lavoratori dipendenti hanno stipendi con un potere d’acquisto inferiore a quello di vent’anni fa.
– manca il senso della concertazione, perché tutti gli incontri (peraltro aperti anche a sindacati di dubbia rappresentanza) sono informative aposteriori;
– prevale la retorica dell’uomo o della donna sola al comando, messia salvifico/a che non ha bisogno di parti sociali con cui confrontarsi, perché già sa.

Come fa tutto questo a lasciarci indifferente?
Sicuramente manca una visione politica coerente, netta ed alternativa a questo in alcuni partiti dell’opposizione, ma non in tutti, tuttavia non possiamo che evocarla rafforzando la nostra partecipazione ed assumendoci la responsabilità, in prima persona, andando a votare ed esprimendo la nostra posizione. Dobbiamo farlo sempre, ogni volta che ne abbiamo la possibilità. Dobbiamo farlo per le elezioni europee del giugno 2024, dobbiamo farlo anche in tutte le altre occasioni possibili.
Anche in occasioni di natura sindacale: perché, anche in questo caso, non sono tutti uguali i sindacati, anzi non esiste “il sindacato”, ma esistono organizzazioni sindacali che prendono scelte legittime che vanno valutate nel merito.

Per esempio, ci sono quelle organizzazioni sindacali che sostengono che il Jobs Act è stata una grande riforma (Sbarra, segretario generale CISL), e c’è chi sta provando a farlo abrogare proponendo quesiti referendari a tutela del lavoro dignitoso e contro la discrezionalità dei licenziamenti (CGIL – Per il lavoro ci metto la firma);

Ci sono quelli che denigrano -a volte anche con toni poco urbani- i contratti sottoscritti da altri (CCNL Istruzione e ricerca), sostenendo posizioni che non hanno giustificazione testuale e normativa* e gettando discredito anche sugli accordi quadro sulla rappresentanza nel pubblico impiego (UIL Scuola), e c’è la FLC CGIL che sottoscrive accordi migliorativi che aumentano il perimetro delle tutele e dei diritti dei lavoratori*

* Solo per citare i titoli: aumentano i periodi di congedo per donne vittime di violenza, i DSGA non sono stati precarizzati ma inseriti nelle aree delle Elevate Qualificazioni, per gli ATA sono state riattivate le posizioni economiche, sono aumentate le indennità ed è avviata la valorizzazione del personale attraverso progressioni verticali fra profili, a partire dagli assistenti amministrativi facenti funzione; la formazione diventa un diritto esigibile anche economicamente, le innovazioni di legge [lavoro agile, lavoro da remoto, docenti tutor ed orientatori, incentivi per sedi disagiate] sono state riportate nella disponibilità della contrattazione.

Ragionare per slogan e banalizzazioni è uno sport scorretto, che riesce bene a parole, ma non disarticola la complessità per risolvere i problemi, piuttosto alimenta una politica (meglio un’azione politicistica) che illude con propaganda populista, ma, alla resa dei conti, in modo molto gattopardesco, opera soltanto per rafforzare il suo consenso, non per mettere in atto dei cambiamenti (a volte scomodi, ma necessari).

Per questo, anche le elezioni del CSPI del prossimo 7 maggio 2024 sono un momento politico, quindi democratico, di primaria importanza.
Perché, se pensiamo necessaria la realizzazione di un’idea alternativa di scuola e società, alternativa al modello capitalista e neoliberista che da anni si sta perpetrando, se pensiamo necessario un progetto
– che investa nella scuola come luogo di inclusione sociale e civile,
– che creda nella valorizzazione dell’ascolto dei bisogni delle scuole, oltre numeri e dati generici,
– che creda nell’autonomia scolastica e nell’autonomia degli organi collegiali,
– che creda nella scuola come in un punto di investimento umano e pedagogico e non come punto di costo,
– che creda nella scuola come luogo di educazione , di crescita e formazione civile, non di punizione e definizione del “capitale umano
allora condividiamo i valori della FLC CGIL e non dobbiamo avere dubbi o paura ad essere protagonisti scegliendo CGIL Valore Scuola il 7 maggio.

–> IL 7 MAGGIO 2024 VOTA PER IL RINNOVO DEL CSPI
VOTA LA LISTA DELLA CGIL – VALORE SCUOLA!

Bisogna sempre essere partigiani e resistenti: lo dobbiamo fare il 25 aprile, lo facciamo oggi che è Primo Maggio, dobbiamo farlo il 7 maggio per le elezioni del CSPI, l’8 ed il 9 giugno per le elezioni europee, ma soprattutto in tutti i nostri atti quotidiani, diventando noi stessi protagonisti del cambiamento.
Nessuno regala niente, ogni conquista è frutto di lotta, conflitto, di partecipazione democratica.

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