Quei dati che condannano le politiche scolastiche capitalistiche

successo

Una certa parte della politica e tutta la stampa si sono gettati sui risultati dei dati Ocse-Pisa con la voracità di uno squalo bianco, ma senza le necessarie competenze per isolare e commentare i dati, con l’onestà intellettuale che serve in questi casi.

Mi preme sempre fare due premesse di metodo, quando mi trovo a disquisire di Ocse-Pisa: la prima è che non esiste un sistema scolastico omogeneo nei Paesi sorvegliati da Ocse-Pisa, né in Europa né altrove. Questo significa che ci sono differenti organizzazioni dei gradi di scuola, della formazione delle classi, delle politiche relative all’integrazione di studenti con disabilità o non alfabetizzati. Non è un fattore secondario, perché la composizione delle classi determina la visione delle politiche scolastiche e della personalizzazione degli interventi pedagogico-educativi, perché la differenziazione nella distribuzione dei percorsi secondari determina anche una differenziazione di investimenti (non ultimo in Italia, ma ci tornerò, si sta parlando di una riforma del sistema tecnico-professionale). I questionari Ocse sono indistintamente somministrati a ragazzi di 15 anni, in qualunque punto del loro percorso scolastico si trovino in quel momento.
Seconda doverosa premessa, l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) non è un’organizzazione di pedagogisti, ma un ente che tratta politiche economiche, dunque ha a cuore lo sviluppo del “capitale umano”, l’affermazione di un sistema scolastico con competenze spendibili nel mercato del lavoro. Per questo fornisce indicazioni orientate dai suoi scopi, non da altro: cioè il problema della cooperazione e sviluppo economico.

Le rilevazioni 2022 ci danno un risultato chiaro: non è solo l’Italia a perdere 15-16 punti di media, ma è l’intero blocco dei Paesi Europei, con alcuni addentellati non europei, a fornire prestazioni più basse rispetto al 2018:

Vediamo un esempio classico di commento dei dati:

L’Asia in generale, con Singapore in testa con 575 punti, si distingue ancora una volta per i risultati ottenuti dai suoi studenti. Seguono Macao (552), Taiwan (547), Hong Kong (540), Giappone (536) e Corea del Sud (527). 
Al settimo e ottavo posto subentra l’Europa con l’Estonia (510) e la Svizzera (508), seguite dal Canada (497) e al decimo posto i Paesi Bassi (493). La Finlandia, che nelle passate edizioni di Pisa si è guadagnata il ruolo di modello educativo del Vecchio Continente, ha subito un duro crollo. Anche Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia hanno visto un peggioramento dei loro risultati.

(Fonte: Euronews)

Proviamo ad andare oltre la generalizzazione: in realtà l’Italia ha ottenuto risultati più alti della media Ocse in tutte e tre le sezioni (matematica, lettura, scienze)

Ma soprattutto è fra le nazioni che presenta

(a) un miglioramento progressivo dal 2015 ad oggi nelle rilevazioni di matematica, relativo alle prestazioni più basse;

(b) un minore tasso di dispersione rispetto alle disparità di genere e di condizioni economiche, sintomo che si attua una buona inclusione

Non è un caso che, come già detto in tempi passati (si veda un mio contributo su Articolo33 7-8 del 2020, E l’Italia tornò su) l’Italia resta il Paese con buoni risultati dove si fa più integrazione e il benessere scolastico è percepito meglio.
Certo, poi ci sono molti punti da migliorare, ma l’analisi dettagliata non è il punto di questa riflessione e la lascio all’Invalsi, per ora.

Tre riflessioni:
la prima sulla Finlandia, che non può essere un modello come tanti si sforzano di propugnare, visto che i risultati continuano a testimoniare l’inefficacia (in termini Ocse, beninteso) del sistema. Lo dimostra anche la Francia, che sta sperimentando un sistema, come ad Helsinki, di scelta delle materie, che porta molti ad escludere la matematica, e che sta pagando duramente in questa visione politica. La prospettiva è quella di un Paese con un forte analfabetismo matematico.
la seconda sulla Germania, che registra un calo fortissimo, anche di 21 punti. Attenzione perché la Germania è nazione alla quale si ispirano molti legislatori italiani bipartisan, per la realizzazione del doppio-canale, selettivo ed orientativo. Vi ricorda qualcosa? A me le ultime micro-riforme, piccole ma altamente tossiche, volute dal ministro Giuseppe Valditara (docente orientatore e “filiera” tecnico-professionale).
la terza sul senso complessivo da dare alla Scuola: come possiamo stupirci che i risultati in discipline come matematica e comprensione del testo, o anche scienze, siano insoddisfacenti se non si fa altro che spingere verso una semplificazione del sistema? se si continua a spingere sull’autonomia differenziata come strumento di definanziamento statale del pubblico per un sistema a geografia variabile ed a diritti variabili?
A questo proposito non è condivisibile nemmeno l’analisi di Ocse che giustifica questo “crollo delle prestazioni” con i due anni di pandemia: il grafico (il primo) infatti segna una caduta dei risultati già prima del 2018, in epoca pandemica.
Falso quindi pensare che sia un problema di didattica a distanza, in realtà è un problema molto più profondo che riguarda la visione della scuola, che oggi si vuole competitiva, formativa ma solo per l’avviamento subordinato al mondo del lavoro. La “filiera” tecnico-professionale prevede un taglio di ore sulle materie generalistiche, per puntare a rafforzare, su indicazione delle Regioni, materie di indirizzo specialistico. Quindi, con questo piano lungimirante, si pensa di poter migliorare i dati delle rilevazioni internazionali? si pensa di fornire agli studenti gli strumenti idonei per una lettura critica e propositiva della società?
Aggiungo invece che un dato Ocse deve farci riflettere: gli studenti mostrano sempre più ansia nel misurarsi con la conoscenza e dipendenza dalle strumentazioni digitali, che limitano le relazioni umane e trasformano la conoscenza in nozione:

Ocse ci mostra un modello scolastico che produce sistematicamente impoverimento culturale e sociale, rafforzando un modello sociale che diversifica e cristallizza privilegi, la scuola che orienta alla schiavitù culturale.

Se proprio vogliamo dare valore ai dati Ocse-Pisa, non come impulso pedagogico, ma come indicatore sociale, allora è necessario leggerli con attenzione e preoccupazione: la politica oggi propugna un abbandono progressivo della conoscenza verso le nozioni, punta sul rafforzamento dell’individualismo competitivo e non della collettività cooperante, divide, seleziona, esclude.

Questa è la nostra idea di scuola?

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