La pace ad ogni costo, e poi?

Le guerre servono ad alimentare il mercato e la società che specula in quel mercato. Serve un cambio di paradigma sociale e politico, verso una collaborazione fra popoli.

Due sono le considerazioni a mio avviso da fare sull’esito della guerra in Ucraìna, come modello di conflitto mondiale: la prima riguarda l’urgenza della pace e la seconda l’idea che accompagna l’urgenza della pace.

Prima considerazione: quanto costa la guerra e quanto costa la pace?
In questi giorni il presidente ucraìno Volodimir Zelensky si è recato prima in Olanda e Danimarca per garantirsi 61 caccia F-16, quindi in Grecia per assicurarsi l’addestramento per i piloti dei caccia. Nel mezzo, ha fatto in tempo a ribadire il rifiuto di ogni tipo di mediazione di pace che preveda la cessione della Crimea (già avvenuta di fatto nel 2014) alla Russia.
Zelensky sta inoltre dando mostra all’Occidente della moralità ucraìna, e quindi dell’immoralità russa, facendo piazza pulita degli inevitabili funzionari corrotti [vedi infra].
Questa è la strada della pace? Armare l’Ucraìna?
Dopo quasi due anni di conflitto, dopo aver avuto traccia di crimini russi e ucraìni (rappresaglia?), l’unico dato certo è che la pace pare continui ad avere un unico costo, quello delle armi!
L’occidente, in particolare l’Unione Europea, si sta mostrando sempre più debole e sempre più incapace di governare le tensioni: è sfilacciato, non ha una regia condivisa, non è in grado di proporsi come soggetto forte garante degli equilibri internazionali. Forse sarebbe il caso di avviare davvero una riforma dell’UE, con ministeri condivisi e legittimati che possano permettere all’UE di presentarsi come soggetto capace di prendere decisioni con un forte peso internazionale, non solo quelle sui bilanci dei Paesi membri. Invece si andrà a votare a breve per il rinnovo del Parlamento europeo, soggetto oggi inutile perché povero di spinta progressista. Come dire, un grande ufficio di controllo finanziario, epurato da ogni possibile iniziativa politica.
Dall’altra parte gli Stati Uniti continuano a foraggiare la spesa della guerra (13 miliardi per armi da aggiungere al conflitto ucraìno-russo), in coincidenza, guarda caso, con l’inizio della campagna elettorale che porterà nel 2025 al voto per il 47° presidenza USA.
Infine i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) si allargano (dall’Arabia saudita all’Iran passando per Emirati, Etiopia, Egitto, Argentina) mostrando la sedimentazione di un fronte anti-occidentale, sufficientemente rappresentativo e dichiaratamente oppositivo: questi paesi rappresentano ora il 35% del PIL mondiale e il 46% della popolazione del pianeta, “un sud globale di cui la guerra in Ucraina e il conflitto Usa-Cina ha accelerato lo schieramento. Quindi il resto del mondo ha smesso di ignorarli e le centrali di pensiero occidentali hanno preso a criticarli: non dureranno, non riusciranno. Non prevarranno.” (Il Manifesto). Non è un fronte oppositivo ideologico, non ci sono le premesse e le conseguenze della “Guerra Fredda”, di un modello di vita differente, ma sono l’affermazione di un altro capitalismo, pronto a sbarazzarsi dell’asse atlantico.
Perciò la guerra ha l’unico scopo di aumenta i costi e reggere gli equilibri delle lobby economiche che nel mercato investono: del resto è impensabile risolvere un conflitto armandosi e alimentando lo scontro, è altrettanto impensabile pensare di fornire risposte ad una pressante crisi speculativa economica (e quindi di riflesso sociale) se non si ferma ogni tipo di conflitto.
Questo dovrebbe essere chiaro: alimentare i conflitti significa continuare a far impennare il costo della vita, il costo delle materie prime. Il mercato alla fine si alimenta di vite umane che vengono pacificamente sacrificate.
L’Ucraìna, come la Palestina, come la Siria, come tutti i luoghi dove ci sono guerre di interesse capitalistico, che mirano soltanto ad espandere i controlli delle risorse e dei territori ad appannaggio del sistema di produzione , non troverà mai una pace risolutiva nelle armi: le crisi non si risolvono con le guerre, ma con trattati di pace e piani di collaborazione e dialogo fra popoli in pace.

Una seconda considerazione: verso quale pace si vuole traghettare la questione ucraìna?
In un sagace articolo su Internazionale (del 18/24 agosto 2023, n.1525, Una guerra dell’Ucraina con se stessa), il filosofo Slavoj Žižek, dopo aver riassunto e denunciato proprio il clima di corruzione che sta pian piano erodendo le speranze del popolo ucraìno (generali e funzionari di governo che si sono arricchiti mentre il Paese si sgretola), conclude

Slavoj Žižek

La situazione si potrebbe generalizzare: l’Ucraina deve combattere su due fronti, contro l’aggressione di Mosca e per il tipo di paese che vuole diventare dopo la guerra. Se sopravviverà, sarà un paese nazionalista come la Polonia o l’Ungheria? Sarà una colonia del capitalismo globale o qualcos’altro?
È sbagliato sostenere che di tutto questo si dovrebbe discutere dopo la fine del conflitto. Come per ogni guerra di resistenza, dalla rivuluzione francese alla lotta dei partigiani nella seconda guerra mondiale, sono proprio le circostanze del combattimento a determinare la sostanza politica di una nazione. Solo un fronte popolare in cui ci sia posto per tutti, dalle persone lgbt+ alla sinistra che condanna l’aggressione russa, può salvare l’Ucraina.

L’interrogativo posto nell’articolo è vitale anche per capire il senso della pace: che politiche si vogliono fare in tempo di pace? Politiche di future espansioni, nazionalismi e aggressioni, oppure politiche di collaborazione e sviluppo, di progresso? (e torno all’interrogativo che chiudeva la prima considerazione).

Il capitalismo, il nazionalismo, il sovranismo si nutrono di guerre, di conflitti per il controllo, conflitti mascherati da fantocci ideologici.
La paura è che la guerra in Ucraìna comunque non troverà una soluzione se non con un cambiamento di paradigma sociale e politico, un paradigma che mira a costruire per innovarsi, non a distruggere per moltiplicare le costruzioni in attesa di un’altra guerra.
E questo il nanismo diplomatico lo sa, ne è complice.


Massimiliano
Massimiliano
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