povertà povertà

La colpa di essere poveri, tra pietà e disprezzo

Essere poveri oggi è una colpa, essere inutili è un danno alla società del capitale. Alcune riflessioni intorno al libro di Roberto Ciccarelli, L’odio dei poveri (Ponte alle grazie, 2023)

Riporto di seguito una serie di riflessioni scaturite dalla lettura del libro di Roberto Ciccarelli, L’odio dei poveri, Ponte alle Grazie, 2023.

Gli effetti della nuova trasformazione del lavoro, causata da una società sempre più schiava e succube delle ideologie della politica neoliberale e capitalista, si traducono nella povertà del lavoro salariato e nella rivoluzione degli orari di lavoro.

l'odio dei poveri

Ma non solo: l’idea che la produttività sia l’unico valore della nostra società sta facendo radicare in essa una visione morale del lavoro e dei poveri, per cui solo chi produce ha dignità e cittadinanza sociale, al contrario essere poveri è una colpa, un’onta da cancellare o da scontare. Da qui discende una visione patriarcale della politica economica che relega i poveri al ruolo di parassiti a cui elargire sussidi, a cui destinare interventi di assistenzialismo secondo il principio del “meglio che niente”.

Questo fa sì che si radichi anche un sentimento di odio dei poveri verso la società che li marginalizza e per i poveri che di questa società costituiscono una zavorra di cui è difficile liberarsi. Il vecchio concetto di stato sociale (welfare) si è trasformato nello stato sociale conservatore (workfare): non esistono sussidi e servizi di assistenza se non si prevedono delle controprestazioni che giustifichino questi stessi sussidi. Benché “La povertà non esiste in natura e non è un’anomalia nella società del libero mercato” (p.77), sembrerebbe che “il lavoro incarna l’essenza dell’essere umano” (p.99), imbrigliato in un reticolato patto sociale che ormai ha assunto una dimensione sbilanciata e disumanizzante, dal momento che il libero mercato “non intende la vita come l’affermazione del diritto di vivere indipendentemente dal lavoro, dalla proprietà e dalle gerarchie sociali”. In questa compressione fra dimensione sociale e dimensione lavorativa si sta trasformando e perdendo la stessa dimensione umana del vivere civile, assolutizzata dall’unico valore, che è il lavoro: di qui la deriva di ideologie meritocratiche che logorano la cooperazione sociale, dal momento che distinguono fra i privilegi della classe dirigente impegnata a perpetuare la sua condizione di superiorità economica e il profondo senso di ingiustizia covato e nutrito da chi quella condizione di agiatezza non potrà mai raggiungerla (questa in sintesi estrema la lucida analisi di Michael J. Sandel su La tirannia del merito: Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti [2021] e di Daniel Markovits a proposito della “trappola del merito”).

Occorre proporre nuovi modelli economico-sociali, rafforzando la contrattazione, rafforzando il ruolo del sindacato, rafforzando l’idea di solidarietà e cooperazione sociale.

Di tutto questo e di altro si discute nel bel libro del giornalista e scrittore Roberto Ciccarelli, L’odio dei poveri (Ponte alle Grazie, 2023), nel quale l’autore ripercorre i passaggi storici e strategici che determinano, non solo in Italia, l’affermazione di questo paradigma filosofico-sociale nutrito proprio da una colpevolizzazione dei poveri: ne sono una recente ed attuale testimonianza gli interventi sul reddito di cittadinanza ed il dibattito sul salario minimo.

Un testo chiaro, articolato, provocatorio, molto più complesso della limpida linearità con cui sono dichiarate e argomentate le tesi di base e le soluzioni prospettate; un testo che può essere letto anche in modo antologico, giacché ogni capitolo è autonomo e concluso. Magari, suggerisco, conviene cominciare la lettura dal Glossario che problematizza la griglia lessicale di riferimento di un’ideologia capitalistica che tutti criticano, ma che nessuno si risolve a voler dichiarare fallimentare, nel metodo e nel merito.

Lascia un commento