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Italia bipolare, o quasi

Ad una settimana di distanza dalle elezioni in Sardegna, il quadro è meno ottimistico di quanto sembra, anche se un primo passo è stato fatto. Il banco di prova per il campo largo ci sarà con le elezioni europee del prossimo giugno.

Ammettiamo anche solo per un momento, ma nella realtà non è così, che le recenti elezioni per la Regione Sardegna dello scorso 25 febbraio possano avere un valore nazionale e proviamo a riflettere sull’attuale panorama politico.

Il quadro che ne emerge è il seguente:

polo di centro-destra (FdI, FI e Lega): 45%
polo di centro-sinistra (PD, M5S, AVS): 45,5%
terzo polo (+Europa, Azione): 8,9%

Il risultato, nonostante una vittoria risicata del centro-sinistra (3.000 voti di vantaggio), non mi pare comunque dei più esaltanti, e provo a spiegarne i motivi:

1- se i valori che compattano il centro-destra sono noti e orbitanti intorno alle idee e proposte più retrograde (nazionalismo, autoritarismo, censura, ordine, disciplina e xenofobia, per citare solo i principali “nuclei politici”), meno evidente è l’amalgama che tiene insieme la proposta di centro-sinistra che appare invece orientata ad un unione tecnica di opposizione alla destra di cui si mettono comunque a nudo le contraddizioni e le debolezze. Sicuramente, se sono corretti i sondaggi, l’effetto Elly Schlein ha portato ad un nuovo orizzonte di protagonismo il PD (passato, pare, dal 15 al 20% di preferenze), tuttavia molte diversità appaiono fra i votanti e la geografia del voto. Benché, come rileva oggi Antonio Floridia su Il Manifesto, M5S e PD possono rappresentare due elettorati complementari, il lavoro da fare è ancora tanto, soprattutto sulla proposta programmatica che al momento non va molto oltre l’opposizione alla destra. Fino a quando non si riempiranno i contenuti con accordi stringenti su interventi alternativi alla destra (ovvero rafforzamento dello stato sociale e delle politiche atte a diminuire le disuguaglianze), il campo largo della sinistra non avrà molto respiro. E’ vero che i 5S hanno ormai un elettorato che guarda a sinistra (Floridia: “Non è più l’elettorato trasversale del 2013 e del 2018. Ma questo di per sé non semplifica le cose, anzi: è un elettorato che ha alle spalle una profonda rottura con tutto ciò che è stata “sinistra” negli ultimi dieci anni, e non è facile diradare il peso di una diffusa ostilità maturata verso il Pd. La ricucitura non è semplice, ma forse è iniziata, e può e deve essere accelerata, pazientemente.”), ma è altrettanto vero che ci sono temi di natura nazionale [salario minimo? rilancio del pubblico come elemento di coesione? rafforzamento della contrattazione nazionale?] sui quali è necessario che si costruisca un programma davvero diverso da quello della destra, nei fatti e non soltanto negli slogan.

2- il terzo polo è il vero protagonista degli scenari futuri, non tanto per la proposta innovativa (la candidatura di Soru è stata sicuramente una provocazione, più che una proposta vera), quando per il patrimonio di voti che può portare con sé.

3- al momento non è chiaro quale livello di condivisione potrà esserci proprio fra M5S (Conte), soprattutto, e Azione (Calenda) che in comune hanno ben poco, considerando che il traino di Azione, farcito di ex-renziani, non ha nulla in comune non solo con il partito degli ormai ex-grillini, ma soprattutto con la sinistra progressista che Schlein è chiamata a ricostruire.

4- E Renzi? Al momento non pervenuto, ma ci possiamo aspettare di tutto per sparigliare, in chiave individualistica, dunque più vicina al centro-destra che al centro-sinistra, un qualunque tipo di equilibrio.

La prova sarda, dunque, ha un suo senso solo se vista in prospettiva: Giorgia Meloni ha subito richiamato la coalizione ad una maggiore incisività in vista delle altre sfide amministrative, però il vero obiettivo è un segnale chiaro alle prossime elezioni europee, dove ovviamente la sinistra non presenterà più un campo largo, almeno per ora.

Lì bisognerà mettere in campo un programma forte nei rapporti internazionali (ruolo autonomo dell’Unione Europea nei conflitti ancora oggi in atto, dunque prospettive fattive di pace e di disarmo), sullo sfondo di un’elezione americana con lo spettro Trump sempre più concreto.


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