studenti

La valutazione come misurazione di prestazioni e classificazione di meritevoli e non meritevoli spinge verso altri indicatori come il successo personale, la competizione, la classifica. Questo impianto non ha nulla di educativo e formativo, ma solo selettivo. Costruire gli indicatori sugli obbiettivi e sul percorso per raggiungerli, valutando le difficoltà e correggendo gli errori

Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: più ci si applica, migliori sono i risultati; in altre parole, l’escalation porta al successo. In questo modo si “scolarizza” l’allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, conoscenza della materia e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si “scolarizza” la sua immagine a preferire la prestazione al valore.

Ivan Illich, Descolarizzare la società, Mimesis, Roma, 2019, or. Deschooling society, New York, 1971

Correva l’anno 1970 quando il filosofo e pedagogista austriaco, poi naturalizzato statunitense, Ivan Illich, mandava alle stampe Deschooling society (pubblicato a New York nel 1971): nel fermento culturale degli anni ’60, in contrapposizione a tutte le istituzioni, Illich individua nella Scuola, come primo importante e pressante presidio dello Stato, e nei modelli pedagogico-didattici proposti nelle scuole, lo strumento distorsivo del normale cammino degli studenti e soprattutto dei futuri cittadini verso un apprendimento libero e completo.

L’analisi-provocazione di Illich investe tutta la società, che viene considerata eccessivamente ‘scolarizzata’, perché affida alle etichette dei diplomi al termine di una formazione formale la naturale normalizzazione del percorso educativo di una persona. C’è sostanzialmente in nuce una critica forte e precisa anche al rischio di “capitale umano” e di “omologazione sociale” che in quegli anni passano attraverso una scuola omologante, appunto, che non educa, ma rischia di essere una palestra che addestra, forma, standardizza, classifica.

Da quell’analisi così radicale è sensato e utile astrarre per analogia ed attualizzare l’affermazione che la valutazione, e quindi il merito, sono determinati dai valori socio-culturali di una determinata società in un determinato momento: per cui se l’accesso al mondo del lavoro, come intende Illich, dipende da un determinato diploma, non si sta andando a verificare davvero le competenze di quella persona, ma la si misura in base al titolo conseguito. La scuola dei talenti è però altra cosa.

Tralasciando quindi un’analisi dettagliata di tutti gli altri assunti del saggio di Illich, un saggio, come detto, di rottura e di provocazione, l’aver posto con tanta forza il problema centrale del rapporto fra valutazione, da lui limitato al titolo d’uscita, ed apprendimento come rapporto fra risultato/elaborato finale e percorso, deve essere al centro delle future pedagogie della scuola, a partire dal chiarimento, indispensabile, di cosa deve essere la scuola e pertanto, di conseguenza, come deve essere attuata la valutazione delle studentesse e degli studenti coerente con quel modello di scuola da cui gli studenti stessi sono destinati ad uscire.

Per questo la strada intrapresa dall’attuale ministro e dall’attuale governo, che pongono al contrario eccessiva enfasi sul concetto di merito e di talento, come discrimine dell’orientamento per gli studi, o verso i licei o verso la filiera tecnico-professionale, rappresenta una posizione retrograda e pericolosa, giacché ha insita un’idea precisa di scuola e di società basata sulla selezione finalizzata all’orizzonte d’attesa della società capitalistica di cui è motore e non sull’inclusione. Questo tipo di scuola si focalizza sul risultato finale, sulla prestazione, ma soprattutto sull’addestramento e non sull’educazione alla cittadinanza critica.

Inoltre quest’impianto, così focalizzato sulla competizione e sulla misurazione, genera classifiche periodiche sulle scuole più virtuose (sui dati di Eduscopio), genera confronti per stanare le discrasie fra i risultati degli esami di stato ed i risultati dei dati Invalsi, genera la vetrina-mercato di “Scuole in Chiaro”.

La misura di questa stortura ce la fornisce il principale indicatore di riferimento sulla buona o cattiva salute di un sistema scolastico, ovvero i dati OCSE: non dovrebbe sfuggire a nessun politico, cosa che invece non sfugge a docenti e pedagogisti, che l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) è un’organizzazione figlia di politiche neoliberali e neoliberiste, che “svolge prevalentemente un ruolo di assemblea consultiva che consente un’occasione di confronto delle esperienze politiche, per la risoluzione dei problemi comuni, l’identificazione di pratiche commerciali ed il coordinamento delle politiche locali ed internazionali dei paesi membri.”

L’OCSE si propone di raggiungere tre obiettivi fondamentali: favorire lo sviluppo economico e un alto livello di occupazione salvaguardando la stabilità finanziaria dei paesi membri; favorire lo sviluppo economico anche dei Paesi non membri, in particolare quelli in via di sviluppo; favorire l’espansione del commercio mondiale su base multilaterale. Non stiamo parlando quindi di un’associazione pedagogica, non stiamo parlando di un consesso di filosofi, storici, sociologi, ma del piano di lavoro di un insieme di economisti. La valutazione delle scuole e degli studenti avviene conseguentemente in base a indicatori prettamente economici, ovvero il risultato finale; indicatori che forniscono dati numerici comparabili, per le esigenze del mercato.

Se questa è la valutazione, non ha nulla di educativo e formativo, anzi -ripercorrendo Illich- rischia di fornire una formazione parziale, burocratizzata, al servizio dei tecnocrati.

Gli indicatori si costruiscono sull’obiettivo finale che vogliamo raggiungere per misurare quanto manca al suo raggiungimento o di quanto l’abbiamo superato: se la scuola è il luogo dove si formano i cittadini di domani, gli indicatori per la valutazione degli alunni, del sistema scolastico e volendo del personale scolastico, dovrebbero comprendere, oltre alla misurazione delle conoscenze e delle competenze, anche l’inclusione, la conoscenza ed il rispetto della costituzione, la capacità di lavorare da soli, in gruppo, di cooperare, di sostenere chi è in difficoltà, di fare squadra per raggiungere un avanzamento complessivo, collettivo, per il bene comune. Dovrebbe cioè contenere quella “rubrica di valutazione” che dovrebbe rispecchiare una società progressista e solidale.

Il punto non è essere contrari alla valutazione, anche del personale scolastico, non solo docente; il punto è chiarire su quali indicatori proporre la valutazione, a che scopo e con quali ricadute, partendo dal presupposto che in un ambiente collaborativo come quello scolastico la premialità è da escludere.

La valutazione impostata come misurazione di prestazioni e classificazione di meritevoli e non meritevoli invece spinge verso altri indicatori: il successo personale, la competizione, la classifica.

Quando una scuola affida la valutazione ad una media aritmetica è chiaro che ha fallito il suo ruolo pedagogico, non sta fornendo una valutazione, ma sta sbrigativamente scegliendo una scorciatoia per classificare i suoi prodotti, gli alunni.

Non a caso le maggiori critiche all’introduzione della valutazione descrittiva (OM 172/2020) in sostituzione della valutazione numerica introdotta dalla ex ministra Mariastella Gelmini (DPR 122/2009), sono da imputare ad esponenti dell’attuale governo di destra-centro, che sono ispirati ed ispiratori proprio di questa interpretazione personalistica della scuola come strumento di selezione della classe dirigente, che imposta la pedagogia sul punire e sorvegliare, sull’ordine e sulla disciplina, sull’umiliazione. La scuola svolge quindi un ruolo selettivo e non inclusivo, non migliorativo. Qui il bene è il bene per il mercato, di conseguenza l’occupazione post-diploma è l’indicatore fondamentale per definire l’efficacia del sistema di insegnamento.

Se si arriva a confondere la valutazione con il risultato finale di un processo di apprendimento non c’è avanzamento complessivo e si fornisce un’idea di scuola strumento repressivo dello Stato. Per potere avere un senso la valutazione deve essere invece condivisa da parte del valutatore e del valutato, cioè devono essere chiari e condivisi gli indicatori, gli obiettivi e soprattutto la finalità stessa della valutazione.

L’attuale modello valutativo (classificatorio, competitivo e punitivo) non serve né agli studenti, né alla scuola, luogo cooperativo per eccellenza. Il sapere non nasce da una competizione, ma dalla condivisione di conoscenze e dallo sviluppo di competenze, anche condivise.

È del tutto evidente che gli strumenti proposti oggi dal decisore politico sono inadeguati ed incoerenti: bisogna ridare invece la parola ai docenti ed ai pedagogisti che hanno il compito, con la politica, di delineare i contorni della Scuola.

In questo contesto deve prevalere l’idea di una valutazione descolarizzata in senso classico, cioè privata dell’ansia della performance e riempita del senso del percorso, del cammino, verso lo spirito critico e la “critica alla massa”.

–> Pubblicato su Articolo33 (n.1 gennaio-marzo 2023)


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