Quel Patto del lavoro del 1993 che solo il sindacato ha rispettato

Dopo l’attacco al reddito di cittadinanza si è aperta la seconda fase. Le imprese non sono in grado, se vogliono stare sul mercato, di offrire lavori di migliore qualità e meglio remunerati perché l’economia italiana risente di un basso livello di produttività del lavoro.

Insomma sempre colpa di chi lavora, si potrebbe dire. Non è così, però.

Questa volta l’argomento ha una sua solidità e va fatto lo sforzo di approfondirlo. Perché è vero che la produttività nel nostro paese è bassa, che questo spiega i tassi di crescita bassi di un ventennio della nostra economia, ed è anche chiaro che questo handicap rende più difficile la crescita delle retribuzioni dei lavoratori. Quindi giusto non negare il problema ed affrontarlo con rigore.

Senza addentrarci in un approfondimento teorico sulla produttività dei fattori, lavoro e capitale, e sulla produttività totale che discende dalla loro combinazione, è necessario, però, che il confronto venga riportato su pochi ed elementari fattori che lo rendano possibile ed utile.

Semplificando molto, i principali fattori che spiegano la bassa produttività in Italia si possono riassumere intorno a tre questioni.

  1. La struttura dimensionale delle imprese italiane è caratterizzata da imprese più medio piccole che medio grandi. Ed è dimostrato che se confrontiamo grandi imprese italiane con grandi imprese straniere siamo ben competitivi e spesso tra i migliori. Quindi la più bassa produttività è in gran parte dovuta al fatto che abbiamo poche imprese grandi e molte piccole con scarsa disponibilità – per poca ricerca e pochi investimenti – a fare ricerca e produrre innovazione.
  2. Un secondo fattore è dovuto alla struttura settoriale della nostra economia. Poche imprese nei settori industriali e dei servizi avanzati dove ci sono i più elevati livelli di produttività dei fattori e molte nei campi dell’agricoltura, del commercio, dei servizi diffusi, dove, in Italia come altrove, la produttività è oggettivamente più bassa.
  3. Se a questi fattori aggiungiamo la distribuzione territoriale della produzione che vede molta concentrazione nel centro nord e solo pochi esempi diffusi nel resto del paese abbiamo una terza spiegazione. Perché è chiaro a tutti che nelle aree a forte intensità industriale esiste un fattore “ambientale” fatto di cultura industriale, sia degli imprenditori che della forza lavoro, e di infrastrutture che favoriscono diffusione di conoscenze, scambi, qualità ed efficienza della logistica che di per sé hanno un effetto moltiplicatore dei tassi di produttività.

Quindi, per fermarci per il momento qui, il problema della bassa produttività esiste ma andrebbe affrontato prendendo il toro per le corna ed affrontando i problemi elencati. È su questo livello alto della discussione che si dovrebbe sviluppare un confronto anche tra le principali rappresentanze del lavoro e delle imprese.  Senza trucchi e senza inganni. A cominciare da patti sociali o comunque li si voglia chiamare che dietro belle parole nascondono visioni miopi come quella di concordare un sostanziale blocco dei salari per bloccare la spinta crescente ad un loro aumento.

Su questo terreno abbiamo già dato e sarebbe ora di prendere atto, tutti, di errori e limiti già scontati.

Mi riferisco agli accordi famosi del luglio 1993 sulla cosiddetta politica dei redditi: contenimento dei salari per frenare l’inflazione a due cifre e aggancio alla produttività che avrebbe, quindi, dovuto fare un balzo in avanti. Ma niente è stato fatto per affrontare i tre problemi citati all’inizio, la produttività è rimasta al palo ed i salari pure. E dopo trenta anni c’è chi ripropone le stesse ricette?

Quando si capirà che i salari non sono solo in reddito per chi lavora, ma hanno una funziona di leva nell’economia di un paese? Che solo se sono spinte da salari decenti le imprese sono sollecitate ad investire, innovare, fare la loro parte nell’aumento della produttività? Perché salari bassi e lavoro precario vanno a braccetto con la bassa produttività.

Sarebbe ora di prenderne atto, e di parlare di un nuovo patto per il futuro. Certo se si riconosce che quello del 1993 è stato illusorio perché il sindacato lo ha rispettato, ma la classe imprenditoriale prevalente è rimasta miope ed egoistica, se ne potrebbe pure riparlare.

Ma, lo abbiamo scritto su queste pagine, con una classe imprenditoriale che bussa sempre a cassa, proponendo solo nuovo deficit a proprio favore è molto difficile progettare e concordare un futuro.

Meglio allora, oggi, che sindacato e quel che resta a sinistra partano da un altro punto di vista. Ormai viviamo in un mondo di lavoro precario. E’ difficile rappresentarlo, organizzarlo, farlo diventare la leva per un rilancio.

Ma ci sono momenti della storia in cui bisogna proprio ripartire dagli ultimi. Sono tanti e saranno di più e senza di essi ci sono solo rischi di avventure. E’ ora di farlo.

Aldo Carra, su Il Manifesto

LA REDAZIONE DE “IL MANIFESTO” CONSIGLIA:
Produttività, Italia ferma agli anni Novanta
Salario, lavoro povero e reddito: i lati oscuri della «ripartenza»
Produttività, tecnologia siamo in coda. Nessun piano, niente sviluppo


Il pericolo dello homeschooling: quando la libertà è rischiosa anarchia

La pandemia ha cambiato definitivamente il nostro modo di vivere, introducendo nuove abitudini e fobie, nuove attenzioni soprattutto in quegli aspetti della quotidianità che sono legati alla socialità.

Continua a leggere

Il bullo di Jesi: la marginalizzazione come risposta al disagio

Un bambinetto di 8 anni, probabilmente un bullo in fasce, si è ritrovato vittima a sua volta dei genitori dei suoi compagni di classe che hanno deciso per due giorni di scioperare, tenendo i propri figli a casa e lasciando il bulletto da solo in aula.

Continua a leggere

Quando andare a lavorare significa andare in guerra

Il tragico episodio di Udine, la morte di un diciottenne durante un percorso PCTO (alternanza scuola-lavoro), parla direttamente sullo stato di salute, critica, del diritto all’istruzione e del diritto al lavoro.

Continua a leggere

Indignazione e dolore per l’orribile morte giovane studente impegnato in un’attività di (ex) alternanza scuola lavoro

Roma, 21 gennaio – “Esprimiamo profondo dolore per quanto accaduto a Lauzacco, in provincia di Udine, dove uno studente diciotto anni, è morto in un incidente che si è verificato nel pomeriggio in un’azienda che opera nel settore della carpenteria metallica”. È quanto affermano, in una nota, la segretaria confederale della Cgil Rossana Dettorie il segretario generale della Flc Cgil Francesco Sinopoli.

Continua a leggere

La Spagna dichiara fuorilegge il precariato

C’era una volta José Luis Zapatero (primo ministro spagnolo dal 2004 al 2011: ritirate le truppe dall’Iraq, legalizzazione dei matrimoni omosessuali, regolarizzazione dei clandestini, trattative con l’ETA …) oggi c’è Pedro Sanchez: entrambi esponenti del partito socialista spagnolo (PSOE), entrambi capi di governo illuminati e con uno sguardo preciso e concreto al sociale.

Continua a leggere

La poca trasparenza del greenpass: la Terra dei Cachi

Alla base del rapporto fra il cittadino e lo Stato dovrebbero esserci fiducia e trasparenza: le leggi, le disposizioni, le indicazioni, i pareri, le campagne dovrebbero tutte essere improntate su informazioni e disposizioni a vantaggio dell’intera comunità, accompagnate da coerenza, solidarietà e giustizia.
L’esatto contrario di quanto sta accadendo con il green pass, il passaporto verde che dovrebbe permettere a tutti un ritorno alla normalità (lo ha detto Mario Draghi, in qualità di presidente del consiglio, lo ha ripetuto Roberto Speranza, in qualità di ministro della Salute).

Continua a leggere

L’assurda guerra fra poveri per accaparrarsi i vaccini

E’ saltata la testa del commissario speciale Domenico Francesco Arcuri, sicuramente per la gestione farraginosa del piano vaccinale: poco male, ritorna al suo ruolo in Invitalia. Il problema enorme, adesso sulle spalle del generale degli Alpini, Francesco Paolo Figliuolo (perché se non hai due nomi e uno non è ‘Francesco’ non puoi fare il commissario speciale), è ripianificare la distribuzione dei vaccini, in un momento in cui non sono ancora sufficienti e manca del tutto una regia nazionale che individui e persegua degli obiettivi e priorità.

Continua a leggere

Lazio first, diritti a geografia variabile: si vaccinano solo i residenti

Desta non poche perplessità la notizia di vaccinazioni solo per residenti e non per i pendolari da una regione all’altra.
Accade stavolta nel Lazio (non in una qualunque regione a marca leghista dell’operoso Nord) dove dalla mattina di lunedì 22 febbraio insegnanti e dipendenti della scuola cominceranno quindi a farsi somministrare la prima dose di vaccino recandosi nelle varie sedi ospedaliere e Asl indicate dalla stessa Regione, ma non potranno farlo, però, tutti coloro che lavorano nella Regione mantenendo la residenza altrove e non si sono nemmeno associati con un medico di base del Lazio: si tratta di almeno 10 mila lavoratori, non necessariamente precari, con appartamento in affitto o pendolari.

Continua a leggere